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Sunsets of Sundays

 Il soffitto non era diverso dal solito. Evan lo conosceva bene, aveva seguito centinaia di volte le linee dell’intonaco intarsiato dopo che Gabriel si era alzato per andare in bagno. All’inizio Evan lo seguiva, gli piaceva farsi la doccia con lui, ma ora non avrebbe passato più tempo del necessario in sua compagnia. Non più. Un rumore attutito, e la porta si aprì. Una figura alta comparve, completamente nudo se non per un asciugamano azzurro che si reggeva grazie ad un nodo che dava già l’idea di starsi disfacendo. L’uomo gli rivolse un gran sorriso complice.
Gabriel era uno di quegli uomini che nascondono molto bene gli abissi delle proprie passioni. Era anche uno di quegli uomini a cui non è mai passato il bisogno di conquistare qualcuno, di cacciare la propria preda con freddo ardore, certo del proprio successo e della propria ricompensa finale. Vi è sempre un punto oltre il quale qualsiasi cosa si trasforma in perversione, e lui amava portare Evan appena oltre il limite, fin dall’inizio. Evan, d’altro canto, era ammaliato dal pericolo. E Gabriel aveva un certo talento nel girarci attorno.

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Il volto di Evan era illuminato a tratti dal violento rossore del cielo, gli angoli del suo viso più duri del solito, e le sue sopracciglia immobili in una smorfia scoraggiata. Le ombre tagliavano diagonalmente il parco, nascondendo le voci delle madri che dal cancello chiamavano i figli e lasciavano soffermare il proprio sguardo sugli indistinti contorni degli alberi e delle nuvole, titani imperturbabili lambiti appena dal silenzio del tramonto. 
 Dal nulla apparvero lunghi passi e occhi scuri rivolti verso Evan, la cui figura era piegata su se stessa sulla panchina, dita intrecciate e rassegnate.

- Non ci sono più tanti posti dove puoi nasconderti ormai -

 Evan sospirò lievemente. I capelli corvini ricadevano flosci sulla fronte scura, ancora umidi dopo essere fuggito di corsa dalla camera d’albergo. Lampi nei suoi occhi.

- E’ tardi -

 Il ragazzino fece finta di nulla, gli occhi spalancati e distanti fissi sul selciato sabbioso. Gabriel si avvicinò lentamente, una mano lungo i fianchi e l’altra infilata nella tasca dei pantaloni. Il suo viso, a differenza di quello di Evan, non tradiva alcuna inquietudine particolare. Solo una leggera ombra di irritazione sembrava preoccupare le sue labbra. Quando fu accanto ad Evan, fece per sedersi. Lentamente, i gesti studiati per non spaventare ulteriormente l’amico, tirando leggermente verso l’alto i pantaloni all’altezza delle cosce. L’orologio al suo polso ticchettava impercettibilmente, ma lui non se ne curò. Senza rivolgere lo sguardo a nulla il particolare mormorò: - Sai, per quanto un cucciolo possa essere adorabile, quando sbaglia sa di meritarsi una punizione -
 Evan sciolse le proprie mani dal nodo di dita con cui impediva loro di tremare, e sospirò.
 - Mi dispiace -
 - Lo so - 

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 E per quanto un cucciolo possa essere punito, esso tornerà sempre ad amare incondizionatamente colui che gli dimostra affetto. E Gabriel adorava quegli occhi dolci, e sentiva di dover punirlo per questo. Adorava il fatto che essi non avrebbero mai smesso di guardarlo con affetto.

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 L’estate era lentamente mutata in lunghi silenzi: non avrebbe saputo scegliere un preciso momento, una certa circostanza a cui attribuire la colpa di aver reso tutto così arido. La cosa era semplicemente cresciuta in questo modo, lasciando vasti spazi ed ampi istanti piedi di vuoti ed oziosi nulla, che non lasciavano presagire alcunché se non ombre ancora più cupe nei loro animi, proprio come gli ultimi raggi dei tramonti di domenica colpiscono le strade e le case rendendole spettrali sagome di luoghi profondamente cambiati ed irrimediabilmente destinati ad essere dimenticati.
 Ed è una lotta sempre più impari, cercare di fuggire dal fascino di queste ombre.